Un borgo extra-moenia: S. Antonio Abate di Napoli e la sua chiesa omonima

Alle prese con i rilievi!

Quanto troverete scritto qui, nasce da uno studio di ricerca storica fatto durante la mia tesi di laurea in Architettura, nello specifico di Restauro Architettonico, realizzata nel lontano 2004, in cui ho avuto modo di approfondire la storia urbanistica dell’area del Borgo di S.Antonio e della Chiesa omonima, anche con rilievi diretti e disegni e con una proposta di progetto di restauro interno ed esterno della chiesa stessa e di una nuova connessione con l’esterno. Buona lettura!

Nasce già in età ducale, fuori dalla città (extra moenia) la forte prevalenza di edifici religiosi su quelli civili, che venne accresciuto dai sovrani angioini e che condizionò fortemente lo sviluppo urbano della città di Napoli. La città non era contenuta totalmente entro le mura, ma già in età angioina si verificava l’insufficienza dimensionale della cinta fortificata, che favorì la graduale sostituzione di orti e di piazze con fabbriche, imponendo poi l’ampliamento aragonese; ciò diede luogo allo spontaneo costruirsi di borghi esterni tra cui vi è anche il Borgo di S. Antonio. Nonostante i divieti di bandi e prammatiche, nella seconda metà del cinquecento, di costruire fuori le mura i borghi, che erano comunque già una realtà consistente, presero ad ingrandirsi progressivamente sia per quanto riguarda l’edilizia pubblica che quella privata; fenomeno che proseguì ininterrotto fino alle soglie del settecento in maniera incontrollata. I nuclei generatori determinati per il processo di accrescimento dei borghi napoletani sono da rivedersi proprio nelle scelte ubicazionali da parte di alcuni ordini religiosi di fondare chiese e complessi conventuali, operando la trasformazione di casini, masserie e palazzi già esistenti, intorno ai quali si concentrerà l’attività, la vita delle aree circostanti ad esse legate, anche dal punto di vista edificatorio, in primis con la concessione del suolo e poi con l’acquisto di nuovi suoli. E’ quindi attentamente da valutare la politica urbanistica complessiva delle grandi istituzioni degli ordini monastici nella crescita dei borghi napoletani (Fig. 1). Vari furono gli ordini religiosi che diedero vita ad un proliferare di Chiese, conservatori e luoghi pii.

E ogni ordine cercò di avere una presenza in ogni borgo. Le aree dei borghi sono già individuate fin dall’epoca angioina, divise per parti, risultanti da una rete infrastrutturale viaria principale che non verrà modificata. Questi tracciati stradali, si legano ad un disegno che trova radici già nell’assetto territoriale dell’epoca romana, essi delimitano infatti le grandi proprietà fondiarie degli ordini religiosi e private. Che cambierà man mano, in base all’organizzazione particellare gestita dall’ordine religioso proprietario, attraverso acquisizioni e concessioni a livello enfiteutico dei terreni stessi e poi con costruzione di strade vicinali, creazioni di slarghi e piazze, edificazioni. Alla metà del secolo XVII, a Napoli sette era il numero dei borghi esistenti. La Chiesa di S. Antonio Abate era ubicata nell’omonimo borgo, catalogata come Ospedale Conventuale (Fig. 2).

Il Borgo di S. Antonio Abate si è edificato con una successione di isolati quadrangolari fittamente edificati sulla strada e occupati da orti e giardini dietro. Di forma triangolare densamente edificato e compatto delimitato da tre importanti strade, Via Foria, Via Rosaroll e Via S. Antonio Abate, si dispone su un piano inclinato articolato secondo una duplice pendenza. La ricostruzione planimetrica della città di Napoli degli inizi del secolo XVII, basata sulle vedute del Lafrery e del Baratta, mette in evidenza l’importanza fondamentale del borgo di S. Antonio Abate dei tre confini dell’area, ognuno dei quali è legato ad una propria autonoma vicenda.

L’attuale Via Foria era e rimarrà tale fino al XVIII secolo, un confine naturale, una sorta di alveo, che segnava il salto di quota tra la parte urbana collinare verso Nord e il centro antico. Via Rosaroll rappresentava fino al XIX secolo, il fossato che correva lungo la parte orientale della murazione. Via S. Antonio Abate caratterizzata da un tracciato sinuoso, singolare nella struttura urbana napoletana, costituisce l’asse primario dello sviluppo insediativo con la doppia cortina costruita ai lati, tipica dei borghi lineari e con le due emergenze religiose di S. Antonio Abate e di S. Anna a Capuana nei tratti terminali (Fig. 3 – 4). Una sorta di triangolo compreso tra elementi forti e strutturanti. Nella pianta del Lafrery (Fig. 3) si legge una vasta superficie compresa tra il principale asse del borgo e il rettilineo tracciato dell’attuale Via Foria ed appare come un solo immenso giardino. Si nota un incomprensibile errore del rilevatore; infatti il borgo è affiancato ad oriente dal tracciato di una strada che in quel luogo non è mai esistita. Bisogna tuttavia precisare che già la veduta del Baratta (Fig. 4) attesta chiaramente la presenza di alcune strade che organizzano lo spazio interno dell’area secondo tracciati abbastanza regolari. Dalla pianta del Duca di Noja (Fig. 5) del 1775 si può dedurre un altro aspetto dell’area di S. Antonio Abate: la presenza di un sistema di elementi di riferimento esterni all’area, la Porta ed il Castelcapuano, l’ Albergo dei Poveri e la caserma Garibaldi con il complesso conventuale di S. Carlo all’Arena, situati proprio nei vertici del triangolo di S. Antonio Abate, che consente un interpretazione del borgo a scala urbana come macroisolato a corte, molto irregolare a causa delle particolari situazioni morfologiche, che si sviluppa tra emergenze architettonico-monumentali.

Nel XVIII secolo, con l’apertura di Via Foria (Fig. 6) e la definizione delle importanti cortine di palazzi residenziali lungo di essa e con la costruzione dell’Albergo dei Poveri, il borgo di S. Antonio Abate finisce di essere un appendice esterna del centro antico, rapportata al massimo a Porta Capuana e tende a diventare una parte di città, che si confronta fisicamente e visivamente con gli elementi emergenti della nuova Napoli. Più tardi il borgo di S. Antonio Abate è inserito nelle aree interessate dal Piano del Risanamento: in particolare l’area compresa tra Via Rosaroll, Via Foria e Via S. Maria Avvocata è completamente bonificata ed è introdotto un sistema di grandi blocchi edilizi regolari, che tendono comunque a riempire quasi completamente le aree disponibili. Si delinea così la situazione, ancora oggi esistente, del borgo di S. Antonio Abate, un’ area fortemente densa e degradata, intasata, una sorta di periferia interna al centro città. Eppure dal punto di vista morfologico esiste una continuità, una precisa relazione tra la situazione della pianta del Duca di Noja e quella attuale, che consente di individuare in entrambi i casi, nonostante i forti processi di alterazione e di modificazione, tre unità tipo-morfologiche interne, precisamente identificabili. L’area del borgo caratterizzata in origine da grandi isolati di forma quadrangolare costruiti prevalentemente lungo i bordi che negli anni hanno subito processi di riempimento successivi sono evidenti nella Pianta topografica del quartiere della Vicaria di Luigi Marchese del 1804 (Fig. 7) ed esasperati fino ai giorni nostri (Fig. 8). Nonostante tutto l’area appare ancora un tema di notevole interesse per la sua trasformazione storica e la sua conformazione orografica.

Pochi, purtroppo, conoscono invece l’importanza della storia e dell’architettura della Chiesa con il nome dell’omonimo borgo a cui dedicheremo un nuovo approfondito articolo, la Chiesa di S.Antonio Abate, e che qui in breve è raccontata con un’immagine da uno stralcio della mia tesi:

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